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- L'argomento di questo libro:
Nonostante alcune fonti facciano risalire il primo episcopato adriese al governo di Valentiniano III (424-455), che avrebbe riconosciuto il Vescovo di Adria come suffraganeo dell’Arcivescovo di Ravenna nel 426, la sede vescovile di Adria risulta ufficialmente accertata a partire dal 426.
Il volume si sofferma sui vari passaggi storici che hanno portato all’avvento del messaggio evangelico in Polesine ma, soprattutto, vuole esplorare il periodo particolarmente interessante della storia del Polesine che coincide con l’esperienza del Feudo Vescovile.
Con questo studio l’Autore ha voluto conoscere più da vicino la figura del Vescovo-Conte che, con il pastorale e la spada, ha retto per quasi quattro secoli la Diocesi di Adria: dalla concessione della contea di Gavello da parte del Pontefice Niccolò I (863) e le successive conferme di Giovanni X (920) e Marino II (944), alla cessione definitiva agli Estensi avvenuta nel 1221 nelle mani di Azzo VII.
Ne risulta un quadro interessante, finora poco esplorato, che l’Autore ha inteso percorrere sulla scorta di studi e documenti originali che presentano un Polesine attivo, impegnato e comunque di gran lunga diverso da quello costantemente alluvionato e scarsamente abitato propinatoci per secoli da alcuni storici locali.
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“Restituire le radici”
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- Biografia dell'autore:
ALDO RONDINA è nato ad Adria nel 1937. Già dirigente bancario, si occupa da sempre di storia locale. Giornalista pubblicista, è iscritto all’Albo dal 1985. Dal 1960 è corrispondente per Adria de “
Intervista di Cristiana Cobianco
- Mi racconta come sono nati i suoi libri e qual è la filosofia alla base della sua opera divulgativa?
Io ho ereditato la passione per la conoscenza della mia città dalla mia famiglia, mio padre era municipalista come ce n’erano molti nel secolo scorso. Ma così era un po’ tutta la gente di Adria, in molti parlavano della storia della città attraverso racconti che si ripetevano nelle famiglie. Questo è stato l’universo nel quale è nata questa mia passione. L’arciprete Monsignor Mazzocco mi ha poi insegnato ad amare la storia della nostra chiesa di Adria e ad apprezzare le cose belle: l’arte in sostanza. Non sono diventato un artista, però queste cose mi sono rimaste dentro, di tanto in tanto escono e io le raccolgo in queste opere.
I fatti raccontati ne “L’ultimo interdetto” mi hanno colpito da sempre. Io non ero ancora nato, ma l’ho rivissuto in famiglia e nei racconti delle persone anziane. Ho sempre avuto la voglia di approfondire, ma di certe cose che son successe non si poteva parlare, perché avevano toccato le coscienze e avevano coinvolto in modo molto forte tutte le famiglie della città. Direi che Adria intera fu coinvolta: le famiglie benestanti che volevano conservare le tradizioni cristiane della città di modo che non fossero scalfite da trasferimenti in altra sede, ma anche le famiglie più povere. I poveri sono stati i più accaniti e forse anche i più strumentalizzati protagonisti di questa vicenda. Di solito c’è sempre chi tira il sasso, ma c’è anche sempre qualcuno che gli arma la mano con le parole. Però è stato un fatto molto grave perché è stata oltraggiata la figura sacra di un vescovo, evento che farebbe scalpore anche oggi.
Tra il IX e il XIII secolo, il vescovo di Adria, esattamente come tanti altri vescovi del Medioevo, accanto al potere spirituale esercitava anche il potere civile, assumendo per questo il titolo di conte.
I vescovi erano le autorità di riferimento per le popolazioni in quei secoli di confusione politica. Nacquero allora le contee e i Vescovi-Conti diventarono anche condottieri. Il vescovo Pietro andò a combattere contro i veneziani per conquistare Loreo (1009) e un doge (Pietro II Orseolo), in quell’occasione, perse la vita. Il vescovo, a seguito dell’avvenimento, andò a firmare l’atto di pace (1017) impegnandosi a non più attaccare i veneziani. Quindi anche qui ho voluto “mettere il naso.” L’avevo già fatto con l’Alluvione del 1951 e la II guerra mondiale con riguardo al Polesine. Cerco sempre di spiegare per me alcuni eventi che stimolano la mia curiosità; è da qui che cominciano le mie ricerche.
- Come vede oggi quella passione religiosa che lei ha documentato nei tre libri “L’ultimo interdetto”, “Storia di una devozione” e “I Conti-Vescovi del Polesine”? Come spiega il fatto che non è più sentita così profondamente?
Diciamo che i tempi moderni hanno un po’ allontanato le persone dalla frequentazione delle chiese. Questo ha comportato un certo distacco dalla storia religiosa. Quando si cerca di demolire la religione, la prima cosa è quella di banalizzarla, tutto ciò ha portato ad una diminuzione di interesse verso le cose religiose. E’ pur sempre vero che un individuo può essere più o meno religioso, credente, fervente, ma la nostra formazione ha un’origine cristiana e questo va al di là della religiosità delle persone. Quindi come diceva Testori: “Se tagli le radici all’uomo lo puoi portare dove vuoi”. La cosa peggiore che è stata fatta negli ultimi decenni del secolo scorso è stata quella di tagliare le radici, quelle che ci legano alla storia profonda della nostra umanità. Per questo l’obiettivo del mio lavoro è quello di restituire le radici. Con le radici, acquistiamo sicurezza, non ci sentiamo sballottati dalle onde come navi prive di àncora e perciò non siamo sbandati. Il recupero delle radici è essenziale. Io sento con orgoglio le mie radici e ciò mi dà sicurezza nella vita, senza sarei sicuramente uno sbandato.
Ho potuto fare questo libro liberamente perché ormai sono cadute certe barriere, sono anche scomparsi i protagonisti, dall’una e dall’altra parte. E’ come parlare del fascismo, sono viventi ancora tante persone che hanno vissuto il fascismo, che l’hanno subito e l’hanno subito oppure magari anche inconsciamente, ci sono ancora troppi nervi scoperti. “L’ultimo Interdetto” ho potuto scriverlo e pubblicarlo per questo potendo persino contare sulla presenza del vescovo alla presentazione, creando un’occasione che sarebbe stata inaudita soltanto alcuni anni fa, quindi ancora si parlava di cose considerate innominabili. Oggi se ne può parlare, non disturbano più le coscienze.
Per quei fatti, ci sono state persone che hanno sofferto enormemente. Un cristiano che si vede estromesso dalla chiesa per 15 giorni prova dolore. Il clima era cupo, non potevano suonare le campane, non si potevano celebrare messe e altri riti. Vi erano notizie contrastanti che circolavano, tanto che Monsignor Pozzato poi divenuto arciprete della Cattedrale ha ritenuto di fare un memoriale quasi ad autodifesa del clero adriese che erano stati considerato promotore della rivolta contro il vescovo.
Il campanilismo tra Adria e Rovigo oggi si è un po' affievolito. Un certo atteggiamento nei confronti di Adria però tuttora aleggia in alcuni ambienti provinciali. Questo dipende soprattutto dalla debolezza degli adriesi. Gli adriesi fanno fatica a lavorare assieme: pur partendo da punti di vista diversi, io credo sia importante lavorare uniti. Il messaggio del libro su Adria è quello di amare di più la città per affrontare insieme magari partendo da posizioni contrapposte i problemi che l’avvolgono. In questo senso il libro vuole essere uno stimolo per gli adriesi perché per loro indole sono portati allo scontro tra gruppi e ai frazionamenti eccessivi. Questo non fa bene alla città: bisognerebbe recuperare una coscienza unitaria. Quella delle divisioni è una brutta abitudine che gli adriesi si portano dietro da sempre
Anche il fascismo che sembrava così compatto, era spaccato in due fazioni, quella di Marinelli e quella di Casalini. Il tempo è sempre stato perso per litigare tra di noi invece di costruire.
Senz’altro l’archeologia. Noi abbiamo tesori nascosti a volte anche distrutti, come ad esempio il “municipium” in via Chieppara distrutto per costruire qualche garage sotterraneo, e questo è gravissimo…Abbiamo distrutto il nostro Campidoglio e l’annesso tempietto. Speriamo che qualcuno lo ricostruisca.
Io penso che bisogna puntare sull’archeologia, mettendo in evidenza i luoghi e i monumenti invisibili con adeguati cartelloni, ad esempio la porta sud della città dove entrava la via Popillia, oppure il circo nel quale si facevano le corse dei cavalli (parcheggio dell’ospedale e sotto il Canal Bianco). Questi luoghi antichi dovrebbero essere fatti conoscere, anche utilizzando le nuove tecnologie. Tra Adria e Cavarzere c’è una necropoli vastissima da scoprire; e poi le strade: la via Popilia e la via Annia, di cui Adria è rispettivamente la parte terminale e la testa. Oggi con le foto aeree si potrebbe fare molto. Un’azione mirata comprendente anche il progetto di parco archeologico sperimentale dove si possa intuire come vivevano gli adriesi nell’antichità, ricostruzioni di villaggi, comprensibili a tutti, e centri attrezzati per accogliere adeguatamente i turisti. Questo è il futuro della nostra città, dobbiamo qualificarci per quello che abbiamo.
Sicuramente la leggenda del mitico Re Adriano detto anche Asti, capo guerriero pelagico, morì in battaglia su un carro dorato. Si narra sia stato sepolto con il suo carro. Quando nel 1938 fu fatto lo scavo del Canal Bianco e fu scoperta la “biga” che attualmente è esposta in museo, si pensò di aver scoperto il carro di Adriano, il leggendario re.
Direi di visitare il quartiere di “Canareo” partendo da via Corridoni. C’è ancora qualche viuzza che dà la sensazione di come era Adria qualche secolo fa. Si può entrare poi da Corso Garibaldi uscendo sul Canalbianco passando per vicolo Lucchiari tagliando via F.Corridoni. È un itinerario che presenta Adria com’era. Un po’ alla volta queste vie sono state demolite. Anche la zona Vescovado - Teatro Ferrini conserva qualche segnale, ma la più caratteristica rimane senz’altro la prima, che va da Corso Garibaldi alla Riviera.
Per i più piccoli comincerei con le scuole medie. Non è però sbagliato rivolgersi anche ai bambini delle elementari; ancora non ci ho pensato, ma potrebbe essere un adattamento del libro dei miti e leggende. Anche “I Conti-Vescovi” potrebbero essere resi interessanti in una versione fumettistica “alla Enzo Biagi”. Con i ragazzini delle medie si potrebbe lavorare anche con il libro sulla toponomastic: potrebbe essere un aiuto ad amare la città e a sentirla propria.
Mi è venuta talvolta la voglia di raccontare la vita amministrativa che ho vissuto ormai dal lontano 1965. Ho presenziato in Consiglio Comunale per 5 legislature, ho saltato solo due legislature dal ‘70 all’ ‘88 e poi dal ‘94 al ‘99. Non sarebbe male lavorarci.
Avrei anche voglia di raccontare una vicenda giudiziaria che mi ha riguardato quando ero Presidente dell’AIA, quando finalmente dopo 9 anni il giudice ha archiviato il caso, mi è venuta voglia di dare la mia versione dei fatti, soprattutto a fronte degli attacchi ricevuti dalla stampa e dagli avversari politici del tempo. Ho pensato anche ad un eventuale titolo: “AIA: Cronaca di una tragica farsa”, ho raccolto, volantini, rassegna stampa e atti dal 19/10/1981. Mi piacerebbe fare questo lavoro, per dimostrare perché se non abbiamo avuto risultati ad Adria, è perché ci siamo sempre scontrati tra di noi.
Non leggo romanzi, mi appassionano i libri storici. Leggo Angela Pellicciari con molto piacere perché interpreta alcune mie idee e nello stesso tempo mi dà lumi sulla situazione dell’Italia risorgimentale che ci è stata presentata in maniera del tutto distorta. Seguo anche le storie dei papi, mi interessa Andrea Tornelli, in particolare quando scrive di Pio IX, Pio XII ed ore Paolo VI. Direi quindi che amo molto la saggistica storica.
Se vogliamo parlare di personaggi, locali direi il letterato che più mi ha colpito è Cieco Grotto: eclettico, ma nello stesso tempo efficace, è stato personaggio di grande importanza che, forse, noi valorizziamo poco. Il personaggio storico inteso in senso lato, per me è Alcide De Gasperi perchè è riuscito a gestire la situazione di scontro successiva alla liberazione ed è riuscito a far uscire l’Italia dalla situazione di degrado nella quale si trovava. Non amo molto Garibaldi, il Cavour nemmeno, in quanto personaggio ambiguo, nonostante abbia fatto molto per l’Italia, non credo però meriti di essere lodato per le sue virtù, è stato uno statista importante che, però, io non mi sento di amare.
Direi che a me piace tutta la musica, in particolare quella folkloristica. Mi piace molto l’ultimo cd dei Bontemponi. Ma amo molto anche la musica classica e direi che il mio compositore preferito è Vivaldi; è sicuramente quello che ascolto di più.
Anche le canzoni di montagna mi emozionano molto.
Amo i Macchiaioli, non capisco il futurismo e l’astrattismo, non li accetto.
Stiamo lavorando con Apogeo Editore per il centenario della Croce Verde. Ho lavorato molto, ho ricercato i documenti originali seguendo la filosofia dell’andare all’origine degli avvenimenti di cui abbiamo precedentemente parlato. Sapevamo che la Croce Verde ha avuto origine da un’epidemia di colera nel 1911, ma ora ho trovato i documenti ufficiali del Comune e molti articoli di stampa.
Poi, sto raccogliendo in uno schedario la storia dei vescovi di Adria: ho raccolto notizie su ciascun presule. Se l’editore e qualche sponsor sarnno interessati, credo sia un progetto da realizzare.
Desidererei inoltre approfondire il discorso sul fascismo di Adria, seguendo le vicende di alcuni personaggi: un personaggio di Chiesa e un gerarca fascista, ad esempio Marinelli. Ho già realizzato alcune importanti ricerche su entrambi.
- Rassegna stampa