Il primo libro di poesia di Patrizia Fabris, dopo il romanzo "Può succedere" del 2008, edito sempre da Apogeo. Patrizia vive a Panarella di Papozze.

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Il primo libro di poesia di Patrizia Fabris, dopo il romanzo "Può succedere" del 2008, edito sempre da Apogeo. Patrizia vive a Panarella di Papozze in Via Cortili, 1. Ecco la prefazione al suo libro di Antonio Catozzi:

Il bisogno di scrivere per ricordare e sperare, l’urgenza di fissare sulla carta cose, persone, eventi dell’anima è ciò che ispira questo libro.

Un libro che nasce dalla vita: da albe e tramonti, da piante e animali, da strette al cuore e sguardi fiduciosi al cielo. L’autrice ha coltivato un suo personale, forte interesse per la scrittura cercando un linguaggio appropriato, nella sua semplicità, all’espressione di quel mondo; per trovare una parola che l’accompagnasse, una lingua che le permettesse di elaborare le esperienze, felici o dolorose che fossero, giungendo ad esprimere la propria visione del mondo. 
Le “cose” delle quali Patrizia ci parla esistono “prima” delle parole; esistono e s’impongono con la loro espressività. La scrittura è, da questo punto di vista, una ricerca continua di adeguatezza, un “inseguimento delle cose” che non può mai raggiungere definitivamente la sua meta.
E’ una scrittura, quella di Patrizia, che cerca la musicalità (soprattutto tramite rime e assonanze), e che ottiene i risultati migliori laddove l’autrice essenzializza il suo messaggio, “asciuga” e toglie per dare più rilievo a cose e immagini.
“Osserva / pian piano il buio di velluto”: è una poetica dello sguardo che rende i fremiti dell’io dinanzi ad un cosmo tutto da esplorare. L’abbraccio della notte sta per divenire un’immagine inquietante, quella del buio che “affamato inghiotte tutto”, ma intanto produce un’inattesa associazione di dato visivo e sensazione tattile, come se il buio, simile a un tessuto morbido, potesse essere accarezzato. Più avanti si sovrappongono fiori e stelle, e si parla di un “sorriso” – compagno dello sguardo – che “affonda nel cielo ingemmato”. La notte dei poeti è questa e Patrizia l’ha fatta propria, vivendola.
La natura e l’universo si segnalano come protagonisti del libro: dal filo d’erba alla nuvola, dalle lucciole alla luna, fino alla stella più lontana che quasi scompare nel buio. Le persone, con il loro carico d’affetti e di problemi, sono immerse nel mondo, ne fanno parte inscindibilmente.
Nel dialogo con le cose, piccole e grandi, vicine e lontane, l’io incontra pure le spine, le “foglie d’ortica” che diventano subito l’immagine di “carezze non volute”, di piccoli atti di violenza, reclamando la presenza opposta di “mani sicure” che possano reggere il nostro cuore “quando le stagioni non sono azzurre”. Alle “mani” è intitolata un’altra poesia, nella quale tra le altre hanno un rilievo particolare le “mani innocenti di una sera lontana”, quelle che hanno “spezzato un pane / nell’ultima cena”: un’idea di non-violenza si affaccia qui nell’aggettivo “innocenti” ancora forte del suo senso etimologico, “non nuocere”. Gesù è incapace di far male come le farfalle di primavera, come il cucciolo della prosa “L’abbandono”, che possono ispirare solo pensieri d’amore.
Religiosità delle cose, religione come messaggio di pace rivolto agli uomini. Il male esiste, ed è l’odio; è la malattia, che colpisce dura quando non ce l’aspettiamo (Non volevo conoscerti), quello stesso male che David Maria Turoldo non molti anni fa descrisse suggestivamente, da poeta, come il “drago” insinuatosi nel suo corpo. Perciò è indispensabile l’amore: per non aggiungere male al male che già esiste; per sostenersi a vicenda, tra uomini che condividono lo stesso destino; e per non buttare via le bellezze del mondo.
Concludendo con Patrizia nel segno della leggerezza, al pensiero di una sera d’inverno illuminata da fiocchi bianchi: “Scende lieve la neve, / tutto tace / e penetra nell’animo sincero / il seme sublime della pace”.
 
Antonio Catozzi
 
nella foto l'autrice





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